Come ogni anno sarò al Netcomm e anche questa volta nulla potrà togliermi la sensazione che più di una fiera, questa sia una pantomima collettiva in cui tutti fingono di essere all’evento che ispirerà i loro prossimi 365 giorni, quando invece sanno benissimo di non capire una beata fava di quel che gli sta girando intorno.
Il grande teatro del digitale italiano
E allora vai col grande teatro del digitale italiano, fatto di stand enormi, software e idee che sembrano rivoluzionari, promesse di gloria e successo personale e conversazioni che per lo più diventeranno inconfondibili dal rumore di fondo.
Tutti a ribadire che domani sarà AI-driven, Omnicanale, con Customer Journeys personalizzate ed esperienze immersive senza aver capito realmente perché e se serva.
L’illusione che funziona
La cosa bella — tuttavia — è che questa illusione collettiva funziona comunque perché nessuno ci va davvero per ascoltare.
Si va per presidiare il territorio, fare il giro dei vendor ai quali scroccare una birra e un panino, farsi un paio di selfie e poi proclamare orgogliosamente su LinkedIn che “sono stati due giorni incredibili di confronto e visione”.
La realtà
Ma la traduzione sarà sempre che — tapini noi — avremo bevuto sette caffè pessimi, stretto 25 mani di commerciali del cui prodotto ci interessa quanto il due di coppe quando la briscola sta a bastoni, ascoltato annoiatamente tanti pitch commerciali e infine ingurgitato una focaccia stopposa a 18 euro mangiata in piedi vicino ai bagni.
Non è tutto inutile… però
Attenzione, non sto dicendo che sia tutto inutile.
Il Netcomm è utilissimo, come liturgia di conferma reciproca dove noi ci vediamo, ci facciamo vedere dagli algoritmi social, e poi per un altro anno possiamo vivere felici e contenti raccontandoci che “dopotutto noi siamo quelli che nel digitale italiano contano qualcosa”.
Le palle di fra Giulio!
Ci vediamo lì
E comunque ci vediamo lì, o forse no, ma sicuramente ci metteremo i like su LinkedIn.
Buon Netcomm a tutti. 😈


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