Ogni volta che sento dire che l’AI è la rivoluzione più grande dai tempi della macchina a vapore, penso al mio bisnonno, che faceva il maniscalco.
Non so cosa abbia provato la prima volta che ha visto passare un’automobile, però so che suo figlio, mio nonno, i cavalli non li ha mai ferrati: lui faceva l’elettricista.
Ogni giorno mi connetto a LinkedIn e vedo che raccontiamo questa trasformazione come se non avesse precedenti, e invece i precedenti li ha eccome!
Cosa avrà detto il contadino che cent’anni orsono ha visto arrivare il trattore nel campo accanto?
Certo, allora il cambiamento ti raggiungeva più lentamente: quando arrivava in paese, non impattava tutti contemporaneamente e c’erano tempo e rete sociale sufficienti che se anche qualcuno si fosse trovato in difficoltà, non sarebbe rimasto da solo ad affrontare la cosa.
Cent’anni dopo quell’angoscia è di natura fondamentalmente diversa: è immediata, violenta, perquanto non siamo mai stati così tanti e al contempo così tanto isolati, questa riesce a raggiungerti malgrado i tuoi sforzi minuziosi di chiudere il mondo fuori da te.
Eppure dal cambiamento possiamo comunque trarre delle considerazioni e — in un senso — del sollievo.
Basta chiedersi il perché dei mestieri.
Perché mio bisnonno ferrava i cavalli? Magari gli faceva piacere supportare le persone che usavano un animale per portare avanti le faccende della loro vita e da questo ne ha tratto anche la sussistenza.
Mio nonno invece mi raccontava che gli piaceva fare l’elettricista perché portava la luce nelle case delle persone che prima vivevano al lume di candela, e non solo a loro, ma soprattutto ai loro figli.
Mio padre è stato meno fortunato, faceva l’esattore. Ma la sofferenza di dover chiedere i soldi che lo stato pretende a dei poveretti che magari non avevano la terza media ne ha sviluppato le doti di compassione e ricordo che ne ha aiutati molti di più di quanti ne avesse pignorati.
Ecco, l’AI che ci spaventa tanto ci costringe anche a trovare il senso del nostro mestiere al di là delle job description che ci descrivono: sviluppatore Java, Direttore E-Commerce, Privacy Officer…
La verità è che ci identifichiamo con lo strumento del nostro lavoro e valutiamo gli altri con lo stesso metro, però non ci chiediamo cosa quello strumento significhi per noi personalmente e come quel significato possa rimanere anche se l’AI ci dovesse portare via un pezzo di jobtitle.
Per dire, quel che mi piace fare veramente è creare strutture e processi logici per imbrigliare e guidare la crescita di un’azienda. Lo faccio con software e disegno di processo, ma imbriglio una macchina organica che ha una vita sua, così come il bisnonno ferrava e imbrigliava i cavalli, o mio nonno governava un flusso di elettroni.
Se domani l’AI cambiasse tutto troverei probabilmente il modo di imbrigliare processi nei prompt e cambierebbe tutto per non cambiar nulla.
In questo senso l’AI non spaventa. Cambia il mezzo, non il fine.