Malvag.io
Manager in tuta da supereroe con la faccia stanca e la mano sulla guancia, circondato da robot con cartelli AI e una pila di post-it davanti a un laptop

Il Cervello Fritto: Come l'AI Ci Ha Reso Supereroi Stanchi

In venticinque anni di lavoro non ho mai prodotto così tanto e non ricordo un anno in cui mi sono sentito così sfinito: ho il cervello fritto, non sono il solo, e credo di sapere il perché.

Da quando lavoro con gli LLM sono diventato una specie di supereroe della produttività: analisi, codice, presentazioni, risposte ai fornitori escono a una velocità che due anni fa avrei detto essere fantascienza.

Peccato che io arrivi al lunedì mattina tanto scarico che mi sembra mi cada la faccia.

Da quel che posso vedere, una macchina si è presa l’esecuzione e, insieme all’esecuzione, si è presa anche i tempi morti.

Così, quando prima per fare un’attività a mano potevo prendermi dei tempi morti (staccare per riposare gli occhi, bere un caffè, immaginare ad occhi aperti), adesso affido un’attività a un LLM e mentre aspetto la risposta, già che ci sono, ne affido altre cinque.

In questo modo, però, ogni richiesta torna dopo circa quaranta secondi e pretende un giudizio: è corretto, è vero, posso mandarlo?

E se moltiplicate questo fatto per le quindici conversazioni aperte in parallelo che normalmente intratteniamo in una giornata moderatamente carica in ufficio, capirete che la cosa si trasforma in una catena di decisioni e cambi di contesto senza fine.

Ma il nostro cervello non è cablato per questo ritmo e ogni salto lascia un residuo di attenzione sul compito precedente. Quel residuo si accumula nel tempo e a sera è come camminare nella scighera (nebbia in dialetto milanese, n.d.r.).

Non è un caso che a marzo Harvard Business Review abbia pubblicato uno studio di ricercatori BCG su quasi 1.500 lavoratori che ha definito la sensazione che sto provando come “brain fry”. A friggere il cervello è soprattutto la supervisione dell’AI, più del suo uso: chi ne soffre dichiara molti più errori gravi e una sensazione inspiegabile di volersi distaccare dal lavoro, indipendentemente da quanto di successo.

È una sensazione che anche io nutro da un po’, senza un motivo apparente, quindi capirete il mio sconcerto.

La questione non si ferma solo a me o a chi di voi si dovesse riconoscere in quel che sto scrivendo.

Se mi metto nei panni di un CEO, CIO oppure CFO, sono consapevole che il ROI dell’AI è ancora poco visibile, come lo era quello dei computer negli anni Ottanta.

Eppure è evidente che la produttività individuale stia crescendo, ma senza una direzione e una misura precisa.

Voi la state misurando? Con quale metrica?

Perché se guardate solo l’output vedrete degli eroi con le pile scariche, e il conto potrebbe arrivarvi dopo, sotto forma di errori, dimissioni e persone capaci che però - inspiegabilmente - sembrano rallentare.

Nelle vostre aziende chi sta misurando questa fatica? E se nessuno la misura, come distinguete un collaboratore incapace da uno semplicemente “fritto”?