In questi giorni assieme al buon Pierfrancesco Biagiola abbiamo visto e commentato The Odyssey di Nolan, uno dei film più chiacchierati nel web in questi giorni: c’è chi lo detesta perché storicamente non accurato e chi invece ne ha apprezzato la lettura agnostica di un uomo che non si sente degno di tornare a casa.
Il film prova (e riesce) a portare Omero e il mito di Ulisse dentro un registro contemporaneo, e nel farlo si ferma a lungo su un tema che riguarda chiunque viva dentro una gerarchia: cosa distingue il comando vero dalla sua messa in scena.
Con Pierfrancesco ci siamo anche chiesti, come l’odissea moderna nel mondo professionale differisca da quella omerica e quali ne siano i miti e le figure mitologiche che ci accompagnano oggi.
L’aura dell’armatura
Nel film, il personaggio che lo rende più esplicito non è il protagonista. È Agamennone, che ha a malapena quattro minuti di tempo sullo schermo e li usa meglio di quasi chiunque altro nel film. In molti hanno lodato l’interpretazione di Benny Safdie che, interamente coperto da una possente armatura nera, non viene mai inquadrato in faccia eppure riesce a comunicare un carisma e un’aura incredibili.
Completamente coperto da un’armatura nera opaca, coronata da un elmo con una vistosa spina dorsale dorata che gli scende dietro la nuca, si distingue dalla massa degli altri soldati (semplici o generali) che hanno armature e armi molto più modeste. L’effetto è di renderlo più grande di ogni altro soldato in scena. Resta quasi sempre in silenzio. Il comando passa dal corpo: si gira intero verso chi gli si rivolge, non solo la testa. Ulisse si inchina appena lo vede, prima ancora che faccia un minimo cenno della testa. Quando le porte di Troia si aprono, lui resta fermo, e quella immobilità pesa più di qualunque discorso.
Durante l’assedio attraversa la mischia a piedi, tra i suoi uomini che uccidono e vengono uccisi. La spada resta nel fodero. Nolan lo costruisce quasi come un simbolo puro, lo spirito della guerra e del potere fatto persona, disposto a sacrificare tutto per una causa che, detta a voce alta, è futile: una guerra per una donna scappata dal marito.
Sotto l’armatura
Poi gli tolgono l’armatura. E sotto c’è un uomo esile, quasi gracile, lontanissimo dai corpi scolpiti di Ulisse e Menelao. L’aura non aveva niente a che fare con la sua forza fisica. Era tutta nella superficie.
Quella distanza tra superficie e sostanza è anche il modo in cui tratta chi gli sta intorno. I suoi uomini sono asset spendibili per una causa che ha scelto lui stesso: dieci anni di guerra logorante, vinta solo grazie all’inganno di un cavallo di legno dentro cui si stipano altri, non lui. La stessa insensibilità la mostra verso sua figlia Ifigenia, portata al sacrificio mentre Clitemnestra urla, per placare divinità che nel film non si vedono mai e non intervengono mai: la stessa distanza tra spettacolo e sostanza, applicata agli dei prima ancora che a lui.
Al ritorno, la corte lo accoglie come un eroe. Lo spogliano dell’armatura, lo lavano, lo ungono. Ed è lì, nudo e senza la sua aura, che Clitemnestra gli taglia la gola, urlandogli contro tutto il rancore per Ifigenia.
Il potere che si regge sulla messa in scena tiene finché nessuno lo mette alla prova da vicino. Regge sul campo di battaglia, dove l’armatura fa il suo lavoro. Cede in casa, dove chi lo conosce da anni vede cosa c’è sotto.
Agamennone nel nostro tempo
Nella modernità organizzativa, Agamennone non è difficile da riconoscere. È chi comanda protetto da un vestito su misura e da un orologio che vale più dello stipendio di chi gli riporta, con un’aura che spinge gli altri ad agire, mai guadagnata, solo assegnata da un organigramma. È il partner di una società di consulenza che manda una squadra di junior su un progetto che sa già ingestibile, pur di garantirsi la commessa, sapendo che il conto, quando arriverà, non lo pagherà lui.
Eppure, sempre nel nostro mondo moderno, gli Agamennone non vengono puniti per aver mandato al massacro professionale i propri neoassunti. Vengono promossi, premiati, o al più escono dall’azienda e passano alla consulenza, dove possono continuare a sfruttare le proprie aderenze, il proprio potere informale, il proprio network.
E ce ne sono altre, ahimè, di differenze tra il mondo raccontato da Omero e il nostro.
Il sacrificio in basso
Come la guerra di Troia si vince solo grazie a uno stratagemma — il famoso Cavallo — a cui Agamennone non partecipa personalmente, così il quick fix tecnico che salva un progetto o un sistema arriva quasi sempre da un team interno o dai consulenti dell’azienda: sono loro che si sporcano le mani, sono loro che rischiano la commessa o il posto.
Il sacrificio, nell’odissea lavorativa moderna, non è quasi mai dell’Agamennone di turno: è dei collaboratori, dei consulenti, delle agenzie, sostituiti ogni due anni mentre il management resta fermo, immobile, intoccabile. Il sacrificio avviene sempre in basso.
Gli dei anonimi
Nel film gli dei non si vedono praticamente mai, non intervengono mai, eppure con la loro presenza implicita giustificano tutto. Anche il mondo moderno ha i suoi dei: «lo chiede il mercato», «lo ha deciso il board», «è una scelta della proprietà». A quel punto l’accountability non può che diventare diffusa, anonima: chi mai si prenderebbe la briga di sfidare gli dei? E i pochi che lo fanno per mestiere — io ne sono un esempio — a volte ne escono con le ossa rotte, a volte no. Del resto, non è forse una delle costanti dei poemi omerici che pochi uomini coraggiosi sfidino gli dei e li battano in astuzia o in pazienza? Gli dei hanno tutto dalla loro parte: tempo, bellezza, potere. Solo con l’astuzia l’uomo può avvicinarsi alla deità.
La domanda rimasta senza risposta
La sostanza è questa: nel mito il conto arriva sempre, nella realtà odierna non arriva quasi mai. E allora, cari leader moderni, se c’è una cosa da imparare da questo film, è porsi una domanda.
Chi paga davvero il conto delle vostre scelte?
🎵 Soundtrack: Take the Power Back — Rage Against the Machine
Ascolta su Spotify