La vignetta qui sopra mi fa sorridere perché descrive bene una sensazione che mi raccontano essere sempre più diffusa nelle aziende: la moltiplicazione di lavoro inutile dovuto all’abuso dell’AI.
Prendiamo un caso per fare un esempio: un documento viene inviato in revisione a una funzione legal e torna dopo dieci giorni. Lo apri e, dopo poche righe, è evidente che gran parte del testo è stato prodotto da un LLM.
Ovviamente non ho alcun problema con l’uso dell’AI se lo strumento aumenta la produttività, ben venga. Ma quei dieci giorni li sto aspettando per ricevere il giudizio di un professionista, che mi deve dire se sto sbagliando qualcosa in un’area che non è la mia competenza core, e non semplicemente per l’output di un modello.
Se il risultato è quasi interamente generato dall’AI, perché ho aspettato 10 giorni? Perché devo investire del tempo per rivedere qualcosa che qualcun altro avrebbe dovuto rivedere al posto mio con una competenza di natura umana?
Provocatoriamente, potrei allora pensare di costruirne una interna e lasciare che la prima revisione la facciano direttamente i team? E poi l’ultima revisione la fa l’avvocato.
Il punto non è l’AI slop. Questa è una questione culturale. Stiamo spostando il lavoro cognitivo da chi produce a chi riceve e chi conosce davvero questi strumenti sa che un testo può sembrare perfetto e contenere errori logici, fraintendimenti o allucinazioni: quindi il destinatario deve ricontrollare tutto, annullando gran parte del presunto guadagno di efficienza.
Nel frattempo scompare anche la conversazione: ogni osservazione genera un nuovo prompt, una nuova versione, un altro giro. Ma i problemi complessi non si risolvono accumulando documenti, e per di più si perde anche quel contatto umano tra colleghi oltre che tra cliente e fornitore che può fare la differenza nell’evitare problemi o figuracce.
E quindi, torniamo alla vignetta e al perché la trovo simpatica: oggi molti di noi si trovano a scoprire di aver il superpotere di schivare questi colpi quasi quotidianamente e a dover anche spiegare ai colleghi — educatamente, ci mancherebbe! — che per sollevarsi da incarichi che per carità saranno anche tanto gravosi, in realtà appesantiscono l’azienda e anche se stessi alla fine.
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