Avete mai letto il libro “le città invisibili” di Italo Calvino? Dovreste. Ogni volta che attraverso un momento difficile, ritorno immancabilmente a immergermi tra le sue pagine per cercare la chiarezza perduta. Spesso la ritrovo.
E, visto che in questo momento sto sentendo di nuovo il bisogno di sfogliarlo, ho pensato di condividere con voi uno spunto dalle sue pagine; magari vi torna utile.
Vi è mai capitato di soffermarvi sul concetto di apparenza e sulla sua contrapposizione con il concetto di sostanza?
È una dicotomia che ritroviamo un po dappertutto.
Nel management potrebbe essere l’infinita diatriba tra innalzamento del valore del brand e la cruda realtà delle vendite: chi deve qualcosa a chi?
Nella conduzione d’imprese potrebbe essere lo scostamento che passa tra chi guida la visione e chi la esegue quotidianamente.
Nelle relazioni private potrebbe essere la dicotomia tra il voler apparire di taluni ed il bisogno insopprimibile di ’essere’ ed ’esserci’ che invece guida gli altri.
Chi è che ha ragione? Chi è il saggio e chi il tapino?
In genere i due campi non si parlano, gli uni convinti delle proprie inossidabili ragioni e forti nel disprezzo degli altri.
E vai dunque con il trenino delle mezze verità, con i tradimenti solo a malapena sussurati (per non disturbare che non si sa mai…), con l’usarsi vicendevole salvo poi discretamente allontanarsi quando l’utilità è venuta meno.
L’ambito di applicazione non conta: professionale, personale, sentimentale, it is what it is anyway. Vi ci ritrovate? E che c’entra questo con Calvino e con le città invisibili? - Vi starete chiedendo.
C’entra, perchè in questo continuo mescidare di ambizioni e desideri, narriamo tutti nostro malgrado una sola, complessa e affascinante storia condivisa che - guarda il caso - può benissimo essere espressa dalle millemila metafore del libro, a seconda da quale angolazione vogliamo guardare.
Ecco la mia:
Marco Polo descrive a Kublai Kan un ponte, pietra per pietra. “Ma qual è la pietra che sostiene il ponte?” - chiede Kublai Kan.
“Il ponte non è sostenuto da questa o quella pietra, - risponde Marco, “ma dalla linea dell’arco che esse formano.”
Kublai Kan rimane silenzioso, riflettendo. Poi soggiunge: - “Perché mi parli dunque delle pietre? È solo dell’arco che m’importa.”
E Polo risponde: - “Senza pietre non c’è arco.”
Amici miei, questa è l’angolazione che desidero dare oggi al nostro umano arrabbattarci.
Non importa se siamo pietre d’angolo oppure di volta, indistintamente e spesso inconsciamente siamo tutti parte dell’arco che sorreggiamo e che è sotteso dalle forze che si distribuiscono tra noi e indifferenti dalla nostra funzione, importanza, successo o insuccesso vero o presunto; non ci sono vincitori o vinti, furbi o fessi, esiste l’arco e questi non esisterebbe senza ciascuno di noi.
Interpretatela come volete e lasciatemi le vostre riflessioni nei commenti, le discuterò volentieri.