Ultimamente vi sentite sopraffatti dagli eventi al lavoro e nella vita? Anche io, ma è normale.
Il punto è che il nostro cervello non è stato progettato per processare migliaia di notizie al giorno, positive o negative che siano.
Per centinaia di migliaia di anni il nostro sistema nervoso ha avuto il solo compito di monitorare un territorio limitato, identificare poche minacce concrete, fonti di cibo e opportunità riproduttive. E poi prendere decisioni rapide.
Oggi, invece, gli chiediamo di reagire in tempo reale a evoluzione tecnologica incessante e in accelerazione, manager familiari complicatissimi, guerre, licenziamenti, crisi geopolitiche, mercati, startup, IA, catastrofi ambientali e successi altri — reali o presunti che siano.
Tuttavia la nostra biologia è rimasta la stessa. È solo il volume di informazioni che ci autoinfliggiamo che è esploso.
Per questo è normale che viviamo in uno stato di confusione e allerta permanente, alimentato non solo dalle notizie che la nostra bolla social ci propina (quella e gli algoritmi che abbiamo costruito per intrappolarci).
Eppure continuiamo a celebrare chi è sempre aggiornato, come se accumulare informazioni fosse automaticamente sinonimo di intelligenza. Dipende, ovviamente, da cosa te ne fai di quelle informazioni.
Io credo quindi che oggi il vantaggio competitivo non appartenga a chi consuma più contenuti, ma a chi ne riesce ad ignorarne la maggior parte senza sentirsi in colpa. E questo fa un po’ scopa anche sul post di ieri sul Relief of Missing Out (ROMO).
Secondo me dobbiamo far pace con il fatto che essere più informati e connessi — specie se in modo superficiale — non significa essere lucidi. Piuttosto significa essere più distratti, ansiosi e reattivi.
Secondo voi stiamo premiando la cultura dell’informazione oppure stiamo normalizzando una forma sofisticata di sovraccarico cognitivo?
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